Gli esami del sangue serviranno a prevenire l’Alzheimer: uno studio californiano ha permesso di fare notevoli progressi in materia grazie ai biomarcatori.

Lo studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università della California di Los Angeles consente di nutrire fondate speranze che il sangue possa svelare in un prossimo futuro l'esistenza del morbo di Alzheimer (la depressione può esserne un sintomo).

Secondo quanto emerge dalla ricerca pubblicata su Neurology, un insieme di specifiche proteine potrà essere a breve utilizzato per mettere a punto un test del sangue in grado di prevedere la malattia (che può essere combattuta anche con una dieta adatta).

“I biomarcatori ematici - spiega la dottoressa Liana Apostolova, direttore del laboratorio di Neuroimaging presso il Mary S. Easton Center for Alzheimer’s Disease Research della Ucla e capo del team di ricerca - avrebbero l’importante vantaggio di essere sicuri, convenienti e facili da gestire anche in grandi gruppi o in aree prive di strumentazioni, e quindi un test del sangue potrebbe avere un enorme impatto sulla cura e sugli studi clinici”.

“Il nostro studio – prosegue la specialista americana - suggerisce che insiemi di specifiche proteine nel sangue possano essere utilizzati per stabilire la presenza di Alzheimer in maniera non invasiva. Ora dobbiamo perfezionare e migliorare la potenza di questo test introducendo nuovi parametri correlati alla malattia, ma i primi dati indicano che l’esame è fattibile e potrebbe sbarcare sul mercato in breve tempo”.

Lo stesso intento (oltreché da uno studio australiano) è in seguito anche da un altro gruppo di ricercatori della Georgetown University di Washington coordinato da Mark Mapstone, che ha messo a punto un nuovo test basato su una semplice analisi del sangue, che avrebbe una capacità di predizione del 90 per cento su un arco temporale di 3 anni.

 “Se sarà disponibile un test predittivo così affidabile per individuare i pazienti a rischio occorrerà intervenire con ogni strumento che abbia un impatto efficace sulla riserva cognitiva, ossia la capacità di ritardare gli effetti dell’invecchiamento fisiologico e patologico.”, spiega Gioacchino Tedeschi, direttore della Clinica neurologica della Seconda Università degli Studi di Napoli.