Era considerata una patologia a prevalenza maschile, ma le associazioni riunite a Milano segnalano come tra le donne sia in forte aumento il cancro al polmone.

In occasione della presentazione della campagna di sensibilizzazione sul cancro al polmone, promossa dall'Aiom (Associazione italiana oncologia medica) a Milano, è emerso che il tumore al polmone sia in forte aumento tra le donne a causa della crescita del numero di forti fumatrici. "In base ai dati più recenti dell'Istituto superiore di sanitàspiega il presidente di Walce (Women Against Lung Cancer in Europe) Silvia Novello - i fumatori in Italia sono oltre 11 milioni, di cui 5 rappresentati da donne. Dire addio alle sigarette non è una missione impossibile e comporta grandi benefici per la salute. Si può smettere senza ricorrere a prodotti sostitutivi a base di nicotina, che rendono poi più difficile interrompere il vizio".

Il cancro al polmone è uno dei più letali killer sul suolo italiano, anche perché è difficile individuarlo quando ancora in fase iniziale. In tutta Europa si registrano ogni anno 391.000 nuovi casi e 342.000 morti, pari al 19,9% di tutti i decessi per tumore.  

"Il fumo - sottolinea Francesco Cognetti, presidente di Insieme contro il Cancro - è uno dei principali fattori di rischio anche per altre neoplasie . Ricordiamo, in particolare, il cancro al seno, al collo dell'utero, alla vescica, al pancreas. Il 22% dei nostri connazionali con più di 15 anni fuma regolarmente. E, secondo il nostro sondaggio, solo il 45% degli italiani è disponibile a cambiare il proprio stile di vita per ridurre il livello di rischio oncologico. Questo dato deve farci riflettere. La prevenzione è un'arma fondamentale nella lotta contro i tumori. Dobbiamo insistere con campagne di informazione ed educazione"

I dati Aiom dicono inoltre che il 25% della popolazione italiana è esposto ai pericoli del fumo passivo e 8 cittadini su 10 non sanno che provoca il cancro del polmone. Il 71% fuma regolarmente in luoghi chiusi, mentre per il 43% smettere con le sigarette non riduce il rischio di sviluppare la malattia